Essere soli vuol dire vivere isolati, emotivamente e intimamente, viaggiare senza meta, tristi, soli nel profondo, stanchi e vuoti o può voler dire percorrere una parte del proprio cammino in compagnia della parte più profonda di sé, alla ricerca del proprio equilibrio, con una sana attenzione ai propri bisogni?
O forse sono due facce della stessa medaglia?
Soli e tristi ma è davvero così?
Qualche volta sei rimasto solo
Diodato (Solo)
perchè gli altri non volevano
condividere con te la noia dello stare al mondo senza alcuna gioia
e qualche volta sei rimasto solo
perchè tutto il resto non aveva
niente che ti appartenesse davvero
niente per cui poi davvero valesse la pena
Nell’immaginario comune una persona sola è inevitabilmente triste e questa condizione viene vista dall’esterno con preoccupazione e compassione.
La solitudine, soprattutto in una società iperconnessa come la nostra, è vissuta come un’esperienza da cui fuggire, qualcosa da tenere lontano dalla nostra esistenza.
Tuttavia l’esperienza della solitudine è un’esperienza pressoché universale.
L’emergenza sanitaria e le misure adottate per gestirla hanno enfatizzato un sentimento già presente, indipendentemente dagli ultimi anni, all’interno di ogni fascia d’età.
Lo studio di Luhmann Maike e Luisa Hawkley (2016), condotto su 16.000 persone, aveva lo scopo di esaminare la presenza nell’arco della vita umana di momenti, più o meno lunghi, di solitudine. I risultati hanno mostrato come l’apice si presentasse tra i 20 e i 30 anni con un secondo picco dopo gli ottant’anni.
Anche i giovanissimi però non ne sono immuni e lo dimostra l’indagine di Galanak e Vassilopoulou (2007) dove, tra i partecipanti minorenni, l’80% ha dichiarato di aver sofferto,in passato, di solitudine.
Via via da qui
Tiromancino (Nessuna Certezza)
e la solitudine diventa un’ombra che scava nell’anima
Soli e tristi, un binomio assodato nelle nostre menti.
Per fortuna la realtà è ben più complessa e varia.
Se cercate sul dizionario il termine solitudine troverete una definizione simile a questa:
Solitudine s.f [dal latino]. 1 La condizione, lo stato di chi é solo, come situazione passeggera o duratura
Nessun rimando ad un’inevitabile connessione ad emozioni di tristezza e angoscia.
La solitudine infatti può essere vissuta in modo molto diverso in base alle sue caratteristiche e alle esperienze passate dalla persona.
Nell’articolo intitolato Loneliness Matters: A theoretical and empirical Review of consequences and Mechanism gli autori, Hawkley e Cacioppo scrivono:
“Le persone possono vivere una vita relativamente solitaria e non sentirsi sole o al contrario, possono vivere una vita sociale apparentemente ricca e sentirsi ugualmente sole”
Quando la solitudine non é voluta ci si può sentire
- invisibili
- incompresi
- inadeguati
- di poco valore
Se questo stato emotivo persiste nel tempo può, come dimostrato dalle ricerche condotte dall’università di Chicago o gli studi di Lisa Jaremka e Naoyuki Sunami, essere correlato a:
- depressione
- disturbi d’ansia
- declino cognitivo
- volume ridotto del lobo temporale e dell’ippocampo
- disregolazione del funzionamento del sistema immunitario
- aumento del cortisolo
- disregolazione dell’appetito
- malattie cardiovascolari
- dipendenze
- suicidio.
A seconda dell’età i fattori che concorrono a vivere quest’esperienza possono essere diversi:
- per i più giovani è molto importante la frequenza di contatti con gli amici
- per gli adulti è essenziale la condizione lavorativa
- per gli anziani diventa rilevante lo stato di salute fisica
Ma la solitudine può anche essere transitoria e scelta.
E allora ecco che si spoglia di quella pesantezza di cui era stata coperta e diventa leggera; diventa un sollievo.
… ognuno di voi sia solo,
Kahlil Gibran
come sole sono le corde del liuto,
benchè vibrino di musica uguale
Non più soli e tristi ma soli e appagati.
Cerchiamo il lato positivo
C’è una differenza sostanziale tra non voler stare da soli e non saper stare da soli. Dovremmo educarci a vedere la solitudine, soprattutto se temporanea e contestualizzata, come un’opportunità di crescita.
Una condizione transitoria di solitudine, anche se non scelta può avere, se si riesce a coglierli, anche degli effetti positivi tra cui
- aumentare la conoscenza di sé e dei propri bisogni;
- diventare maggiormente resilienti.
Quando si sente il bisogno di
- allontanarsi dai ritmi frenetici della vita quotidiana,
- di ritrovare quelle parti di sé soffocate dai doveri e dagli impegni,
- di connettersi intimamente con sé stessi,
- di scoprire la propria forza,
un’esperienza di solitudine può essere davvero una boccata d’aria fresca e diventare una vera e propria rinascita.
Come esplicitato nel paragrafo precedente esiste tuttavia anche una solitudine che non fa bene: la solitudine persistente e non voluta.
Questa esperienza invade ogni contesto e toglie colore ad ogni momento.
Può generare una forte angoscia e l’unico suggerimento davvero utile che posso darti, se ti trovi in questa situazione, è di chiedere aiuto il prima possibile ad un professionista.
Conclusione
Come spesso succede é poco utile attribuire a priori un valore positivo o negativo ad un’esperienza, ad una situazione o ad un’ emozione. Per poterla davvero comprendere é necessario osservarla da ogni punto di vista e tenere in considerazione ogni fattore.
Inoltre bisogna ricordare sempre che ognuno di noi é diverso anche nelle emozioni e reazioni agli eventi.
La solitudine di per sé non é negativa e può essere fonte di crescita come può però rappresentare un problema soprattutto se totalizzante, persistente e non voluta. In questo caso é importante chiedere aiuto quanto prima.
